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3/4/2025

Quando papà dirigeva il carcere...

La vita nella casa circondariale di Via Poma nel racconto delle figlie di un vecchio maresciallo

       

Se le mura del carcere di Mantova potessero parlare, racconterebbero la storia di migliaia di detenuti, dei funzionari che si sono succeduti negli anni e sicuramente anche di tre sorelle: Teresa, Rosa e Anna(nomi di fantasia), di origini bergamasche e figlie di un maresciallo che negli anni Cinquanta ha ricevuto l’assegnazione presso il carcere di Mantova. Per via del lavoro del padre, l’intera famiglia ha dovuto traslocare periodicamente in alcune carceri del Nord Italia dove la storia delle tre figlie del maresciallo si è incrociata con quella di guardie, funzionari e detenuti. Nonostante la straordinarietà di questa vicenda le tre bambine di allora, oggi ultrasettantenni, conservano nella propria memoria e in numerose foto in bianco e nero frammenti di quotidianità caratterizzati dalla semplicità delle proprie giornate e la spensieratezza di un’infanzia trascorsa in quella casa in via Poma.

 

Palazzine

 

Qual era l’aspetto del carcere di allora? Era molto diverso da come appare oggi?

“Nel carcere c’erano alcuni appartamenti e in un bel giardino si trovava la villetta del direttore che dava su via Grioli. Su via Poma invece si affacciavano due palazzine: in quella adiacente all’abside della chiesa di San Barnaba abitavamo noi mentre l’altra era adibita allo spaccio e agli uffici di una ditta di articoli sportivi che al tempo portava lavoro in carcere. Una palazzina di più piani ospitava alcune famiglie delle guardie carcerarie, le cui finestre che si affacciavano al tempo su via Poma sono state oggi murate.

“Dalla strada abbiamo poi notato che il cortile dove abbiamo trascorso la nostra infanzia è stato leggermente ristretto con l’aggiunta di un grosso cancello. Non ci sono inoltre più bambini che lo abitano perché oggi le famiglie dei funzionari hanno residenza fuori dal carcere”.

 

La vostra storia e la vostra infanzia sono state quindi simili a quella di tanti altri bambini e bambine della vostra età. Che ricordi avete di quegli anni?

“Assieme alla nostra famiglia nel carcere vivevano anche quelle delle guardie; pertanto, il cortile era frequentato da bambini con cui siamo cresciute passando i nostri pomeriggi a giocare assieme. Di questo gruppo di bambini io, Teresa, ero la più vecchia e dicevo che ne sarei diventata da grande la capa, “la maestra di giochi”. Alcune nostre amiche della parrocchia di tanto in tanto trascorrevano da noi i pomeriggi e i loro genitori si sentivano sicuri nel lasciarle venire. Certamente il cortile di casa nostra era più sicuro di tanti altri giardini pubblici. C’era una nostra compagna di scuola che ogni mattino partiva da via Carducci, suonava alla portineria del carcere e la guardia ormai la conosceva personalmente. Con il tempo, infatti, le guardie avevano memorizzato nomi e volti delle nostre amiche che ci venivano a trovare. Pertanto, anche con loro si creava un rapporto stretto, informale, quasi di amicizia e sicuramente di fiducia.

“Ricordo che la sera spesso mi sentivo al telefono con una mia amica. Al tempo c’era un unico telefono fisso comune e le chiamate le potevi fare all’interno della guardiola. La guardia, appena ricevuta la chiamata, mi veniva a bussare al vetro della cucina e per tutta la durata della chiamata mi attendeva fuori dallo stanzino”.

 

Contatti

 

Avete mai avuto contatti diretti con i detenuti del carcere? Sapevate come si svolgevano le loro giornate?

“Sì, avevamo occasionalmente qualche interazione con loro perché si occupavano di mantenere in ordine i cortili interni, l’orto del carcere e spesso ci portavano la verdura che avevano raccolto. Non sappiamo dire con certezza com’erano scandite le loro giornate ma sicuramente qualche ora era dedicata al lavoro.

“Il lavoro che gli permetteva di avere un guadagno era quello per la ditta che aveva gli uffici e alcuni dei propri laboratori provvisti dei macchinari necessari proprio dentro il carcere. Non erano obbligati a svolgere questi lavori ma sicuramente erano fortemente motivati dalla possibilità di ottenere un piccolo salario. Spesso a incoraggiarli vi era nostro padre che si presentava tutte le mattine all’apertura delle celle per assicurarsi che andassero al lavoro.

“La vita nelle carceri è pesante psicologicamente e rischia di divenire estremamente monotona e logorante. Secondo nostro padre il lavoro poteva invece offrire un’occasione per tenere la mente impegnata, per distrarsi, uscire dalla propria cella, cambiare aria, incontrare altre persone e avere la soddisfazione di creare qualcosa con le proprie mani. Per chi lo desiderava c’era poi anche la possibilità di partecipare alla messa: al tempo non si teneva forse conto del fatto che non tutti fossero necessariamente credenti, ma queste occasioni erano comunque momenti di aggregazione a cui anche nostro padre prendeva parte per incoraggiare la partecipazione dei carcerati.

“Questo sempre secondo la sua forte convinzione che facesse loro bene uscire dalla propria cella, muoversi un po’ e interagire con persone diverse”.

 

Atteggiamento

 

Cosa vi è rimasto più impresso di vostro padre con e senza la divisa?

“Quello che ci ha sempre colpito di papà Angelo e che sicuramente ha fortemente influenzato il nostro modo di vedere il carcere e i carcerati è l’atteggiamento che aveva nei loro confronti. Non li ha mai considerati falliti o criminali, guardava alle persone prima di considerarli detenuti e giudicarli per la loro colpa.

“Occorre però tenere conto del fatto che i tempi sono cambiati e che le ragioni per cui molti detenuti entravano in quel carcere era perché si macchiavano di reati minori. Spesso si trattava dei così detti “ladri di polli”, che ora probabilmente non esistono più, oppure di persone che per fame e povertà commettevano piccoli furti. Ci sembra di ricordare che alcuni si facevano arrestare anche solo per scampare al freddo rigido dell’inverno, per avere un tetto sotto cui stare e ricevere un pasto caldo.

“Mi torna in mente, con tanta tenerezza e ancora con il sorriso, quando è entrato in carcere un uomo che aveva rubato la mia bici davanti a scuola. Papà l’aveva interrogato a lungo e avevano riso entrambi quando hanno scoperto che la bici oggetto del furto era proprio la mia. Quell’uomo nel cercare di discolparsi disse: “Se avessi saputo che si trattava della bici di sua figlia non l’avrei mai rubata”. Abbiamo poi sempre avuto l’impressione che nostro padre avesse un rapporto di stima reciproca con i suoi colleghi, con le guardie e similarmente anche con i carcerati di cui conosceva bene i nomi e le storie”.

 

Ricordi

 

Vi capita mai di ripassare oggi davanti al carcere? Nell’osservare quel cancello vi tornano ancora alla mente i ricordi legati a quegli anni?

“Abitando ancora in città ci capita ogni tanto di passarci davanti ma se all’inizio ci tornavano facilmente alla mente alcuni ricordi vividi, con il passare del tempo questo succede sempre più raramente.

“Quando passeggiamo per via Poma, guardando la finestra di quella che una volta era la nostra camera da letto, ci sembra di risentire voci famigliari o di rimembrare alcune scene ricorrenti. Nostra sorella più grande, affacciandosi alla finestra, riusciva a vedere il suo fidanzato che viveva dall’altra parte della strada e con cui spesso si intrattenevano a chiacchierare”.

 

Qual è la vostra percezione oggi del carcere? Avete avuto occasione di informarvi sullo stato attuale delle carceri italiane?  

“Oggi sentiamo spesso dire, anche dai notiziari, che quello che si sta verificando è un sovraffollamento delle carceri. Alcuni lamentano la mancanza di un aspetto rieducativo nelle carceri, tuttavia, non possiamo dire lo stesso per quello di Mantova, perché sappiamo che ci sono volontari che donano il proprio tempo prezioso e organizzano laboratori e attività ricreative di vario genere. Ci sono, infatti, associazioni che propongono attività culturali, come la scrittura di poesie o giornalini, altre offrono corsi di teatro che culminano con la messa in scena di uno spettacolo finale. È cambiato il carcere per come lo abbiamo conosciuto noi. La nostra casa dell’infanzia esiste ancora, ma chissà se le stanze hanno mantenuto lo stesso aspetto. Tutto è cambiato, sono cambiati i detenuti così come noi tutti e la società intera. Non cambia però la sofferenza che provoca la mancanza di libertà e speriamo con il cuore che non si perdano certi valori importanti. Crediamo fortemente che ognuno di noi abbia la propria visione delle cose, della storia e di certe realtà nascoste, ma il rispetto per l’altro, l’umanità, non dovrebbero mai venire a meno”.

Pubblicato su La nuova Cronaca di Mantova il  
28/3/2025
Maria De Marchi